CIRCOLO VIRTUOSO

Abbiamo più volte evidenziato il fatto che il valore di una società sportiva, di una lega o federazione, dipende in ultima analisi dalla propria community o fan base. Senza seguito ne visualizzazioni non ci sarebbe infatti interesse per sponsor, media, digital a investire e fornire ricavi alle società stesse, così come accade negli sport “minori”, al netto di qualche benefattore. Pensando al calcio, anche gli stessi ricavi da player trading non ci sarebbero in quanto gli stessi giocatori perderebbero valore senza la popolarità dello sport.



In Italia, certamente, negli ultimi decenni si è perso interesse attorno al calcio, che pur rimane di gran lunga lo sport più popolare qui ed in europa in generale. Ma basta vedere alcune immagini di partite allo stadio, nelle stesse condizioni di classifica e categoria, degli ultimi anni confrontate con le stesse 20 o 30 anni fa, per trovare differenze significative nei numeri e nel coinvolgimento. Lo stesso gioco si può fare confrontando l’audience televisiva della nazionale o di un match di Champions, sempre a parità di condizioni (rivale, stato del torneo o delle qualificazioni), con i numeri di qualche decennio fa, pur se con oscillazioni e con minor evidenza grazie alle piattaforme OTT ed ai diversi canali difficilmente quantificabili. Tuttavia, il picco in chiaro rimane la semifinale dei mondiali del 1990 Italia-Argentina con 27,5 milioni di telespettatori. 

Ma per i più sensibili basterebbe frequentare gli stessi bar, nella stessa città e nelle stesse condizioni di risultati del club locale, per capire che c’è stato un disinteresse generale, nonostante i risultati piuttosto buoni del nostro calcio (dai mondiali 2006 alle Champions vinte di Milan e Inter del 2010, alle finali europee della Juve di poche stagioni fa all’arrivo di Ronaldo in Serie A, fino alla vittoria agli europei della scorsa estate), anche se ultimamente è evidente anche il calo del livello della Serie A rispetto alle big europee, ma è solo una conseguenza di una lunga semina, così come è stato lento l’avanzare di questo disinteresse, e ciò garantisce al calcio di rimanere lo sport più seguito in Italia ancora per anni, anche se potrebbero essere contati se non si capiscono le cause.
Certo, si dirà, ci sono nuovi strumenti, nuovi modi di consumare i contenuti eccetera, e questo è vero. Ma siccome non sta avvenendo lo stesso calo dappertutto, è evidente che il problema non è anzitutto questo. Se confrontiamo ad esempio le medie spettatori allo stadio, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia sono tutte cresciute dagli anni ’90 ad oggi, sia con le loro prime divisioni che con le serie inferiori. Lascio ai più curiosi cercare i dati che sono facilmente reperibili online. In Italia invece non solo gli spettatori non sono aumentati, ma vi è stato invece un lento declino, pur se con alti e bassi (dovuti anche al cambio del numero di club partecipanti ed allo stagionale cambiamento dei bacini d’utenza), in rosso la media a partita in Serie A ed in grigio in B, con le annate sulle ascisse e gli spettatori sulle ordinate:



Fonte: https://www.european-football-statistics.co.uk/attn.htm 


Il covid potrebbe velocizzare questo trend, se pensiamo che in questa stagione segnata dalle limitazioni ma anche da pochi sold out, solo 14 club stanno superando la modica cifra di 8.000 spettatori a partita (13 di Serie A più il Lecce in B), e, ad esclusione della Serie A, solo 12 club superano i 4.000 (Lecce, Frosinone, Parma, Pisa, Reggina, Ascoli, Vicenza e Brescia in B, Cesena, Reggiana, Bari e Palermo in C); se torniamo a vent’anni fa, stagione 2000-01, ben 14 clubs di Serie B superavano tale cifra e ben 12 clubs di Serie C, mentre tutta la Serie A era nettamente over 10.000 a partita. 

Gli impianti obsoleti sono certamente una causa, laddove ci sono stadi più moderni (Juventus, Udinese, Frosinone in B, la stessa Reggiana in C che pure non è più proprietaria dello stadio che ha costruito negli anni ’90 e che poi è stato ulteriormente rimodernato da Mapei, ma comunque gioca in questo stadio, difficile invece calcolare vantaggi numerici per il Sassuolo), infatti si sono visti benefici nei numeri, ma non è solo questo il problema, la passione non si riaccende con la comodità, infatti in tante realtà europee non ci sono stati cali anche laddove gli impianti non sono cambiati. Ci sono stati scandali, ma questi purtroppo sono accaduti anche altrove nello sport, specialmente laddove girano molti soldi, ed inoltre anche negli anni ’80 ci fu il famoso “scommessopoli” ma poi il calcio italiano si riprese in poco tempo. Non voglio ridurre l’impatto di questi eventi, calciopoli fu un duro colpo, ma certamente c’è dell’altro. 

LA PRINCIPALE CAUSA

La causa principale credo vada ricercata in un attacco alla capillarità del calcio nel nostro paese. Infatti, come ha fatto il calcio ha diventare lo sport più popolare del mondo? Nella maggioranza degli stati ogni paese, città o almeno provincia ha il proprio principale club locale, che per decenni ha rappresentato il calcio e lo sport del territorio, con un seguito più o meno numeroso ma certamente una brand awareness importante: ancora oggi in tutte le città d’Italia la maggior parte degli abitanti locali conosce il nome e spesso anche i colori del principale club di calcio della zona, fosse anche sprofondato nei dilettanti. 

Si potrebbe fare un’indagine più approfondita per cercare numeri e valore di questa brand awareness ma non è lo scopo di quest’articolo. Questa capillarità non è stata difesa ma anzi attaccata favorendo una polarizzazione, basti pensare al format della Coppa Italia, un unicum al mondo, che di fatto impedisce al calcio di Serie A di essere portato in giro per il paese, in primo luogo facilitando l’accesso alle fasi finali ai club di Serie A, in secondo luogo impedendo alle altre città di far giocare in casa la propria squadra in caso riuscisse a parteciparvi ed in terzo luogo avendo pure norme restrittive sugli impianti che anzichè favorire la costruzione di nuovi, stanno svuotando gli stessi ed impediscono di giocare in casa alla squadra locale (ad esempio, l’Alessandria fece l’impresa di raggiungere la semifinale di Coppa Italia pochi anni fa, ma dovette poi migrare a Torino). 

Si è pensato in questo modo di ottimizzare i ricavi, ed a breve termine questo è vero. Il problema è che sradicando il calcio dalla sua capillarità viene a meno la sua popolarità su tutto il territorio, ci sono città o addirittura regioni che non possono assistere da anni ad un match di cartello della principale squadra locale, in questo modo è chiaro che le nuove generazioni avranno meno possibilità di appassionarsi allo sport in generale, non solo alla squadra locale ma anche alle big, che perderanno dunque loro stesse ricavi a lungo termine (e sta già avvenendo rispetto agli altri principali paesi). Se è vero che questa polarizzazione aumenta la quota di mercato di Juve, Inter, Milan e le altre big rispetto ai tifosi di club militanti da anni in Serie B o Serie C, è altrettanto vero che l’intera torta è calata e sta calando, portando in valore assoluto meno tifosi anche ai top club. 

LONG RUN VISION

E’ chiaro che avere un Taranto-Juventus, Messina-Inter o Treviso-Milan potenzialmente tutti gli anni, favorirebbe non solo la squadra locale ad essere seguita e sostenuta, ma a promuovere il calcio in quella città e portare così più seguito anche per Juve, Milan e Inter. Ma purtroppo in pochi ragionano a lungo termine, e mentre FA cup o Coppa del Re vengono sfruttate al meglio per promuovere il calcio in UK e Spagna, da noi si continuano a ripetere gli stessi big match che però risultano per molti banali e perdono importanza. Abbiamo già parlato di riforma Coppa Italia o di allargare la B per portare il “calcio che conta” in più città, sono solo proposte ma qui il problema sta a monte, solo dopo possiamo discutere di come è meglio agire: ma fino a che non si riconosce che valorizzare la capillarità porta benefici economici a tutto il sistema, si continuerà anche a realizzare proposte che tuttalpiù permetteranno di campare qualche anno in più, ma che alla lunga non faranno che allargare la forbice da Inghilterra, Spagna, Germania e presto Francia, senza contare la crescita di altri paesi extra europei che si stanno avvicinando.


Logosportrend, 3/22

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