Da dove ripartire?


Come ha fatto il calcio a diventare lo sport più popolare del mondo?

L'ORIGINE DELLA POPOLARITA'

Ovviamente non pretendo di rispondere a pieno a questa domanda, ma solo segnalare alcuni fattori. A partire dall’Inghilterra, tanti quartieri e città hanno iniziato a sfidarsi a questo gioco creando un club, gioco che con la sua semplicità ha conquistato molti, sia come partecipazione che come seguito. Questi club avevano e hanno una sede geograficamente precisa, diventando per molti un o addirittura il simbolo di una città o di un paese, e creando sfide più o meno sentite (chi è più forte, la squadra che rappresenta Napoli o quella che rappresenta Firenze? Vediamolo sul campo).

Tante persone hanno iniziato a identificarsi con una squadra, spesso la più forte del territorio che potevano seguire allo stadio, e laddove nella zona non c’era una squadra di buon livello hanno scelto un altro club più vincente, ad esempio innamorandosi di un campione o per altri motivi. Ma il calcio è cresciuto mantenendo questa identità territoriale, che ha spesso dato un senso d’appartenenza in più a molti, tant’è vero che anche il tifo più estremo, nel bene e nel male, si è legato alla squadra del paese o della provincia, come se fosse più facile spendersi non solo per la soddisfazione di una vittoria ma anche per un senso d’appartenenza, favorito dal sostenere la propria realtà territoriale (nella foto di copertina un club di Hockey Svizzero).

IL CALCIO ATTUALE

Negli ultimi decenni si è allargata esponenzialmente la torta dei ricavi, e grazie ai media molti sono diventati tifosi o simpatizzanti di club lontani, favorendo la crescita dei ricavi delle realtà più visibili e vincenti, mentre tanti club provinciali hanno solo visto allargare il gap e spesso perso seguito. Ma anche per i top club resta da capire quanto questo tifo sia radicato e stabile, un valore prezioso, perché se non fosse così alla lunga perderebbero entusiasmo, passione e seguito anche i club più grandi e vincenti, come forse in alcuni casi sta già succedendo, e così tutto il movimento. L’obiettivo dunque è trovare un asse comune per aumentare il valore di tutto il sistema, riproponendo quello che funziona e avendo il coraggio di ammettere errori laddove si è bruciato valore, per poi puntare a rinnovarsi.

Partiamo dal fatto che alla base di ogni successo calcistico sul campo ci sono i giocatori e lo staff tecnico, e che per avere i migliori talenti e tecnici occorrono competenze manageriali e soldi, per avere cash occorre fatturare e per avere ricavi occorre avere tifosi. Sia allo stadio, generalmente i più appassionati e contagiosi, che in tv, sul web etc., dove i numeri sono maggiori, ma in ogni caso senza nessun seguito non ci sarebbero ricavi, a parte qualche piccolo sponsor affezionato e benefattore come accade nelle piccole realtà dilettantistiche.

Quindi esiste un circolo virtuoso che credo che ad ogni componente in gioco (clubs, leghe, giocatori e tecnici, federazioni, brand e sponsor, tifosi, media, AIC) convenga valorizzare. Partirei quindi da questi interessi comuni.

Uno dei problemi di cui sentiamo spesso parlare è che il calcio italiano non ragiona come sistema. Ma la verità è che le leghe inferiori hanno bisogno dei risultati delle grandi per trainare il movimento, e le grandi hanno bisogno delle leghe inferiori come serbatoio di talenti e di tifosi, nel senso che capita spesso che un appassionato di calcio segua la principale squadra locale oltre a una grande; far fuori la squadra locale porterebbe meno interesse al calcio in generale in quella zona e dunque anche ai clubs più seguiti.

UN SISTEMA UNITO

Le grandi devono quindi poter competere a livello europeo e mondiale: per fare questo un incentivo economico in più in base ai risultati in campo europeo o al ranking UEFA potrebbe essere un volano positivo. Ma d’altra parte hanno bisogno che il sistema regga, almeno finchè non ci sarà una Superlega ad hoc, e potrebbero volerci decenni. Per cui valorizzare il calcio in tutte le province e favorire la competizione, per portare interesse a tutto il sistema. In quest’ottica rimando all’articolo sulla riforma della Coppa Italia, che potrebbe realizzare bene questo scopo come già accade altrove, avendo un po’ di buon senso sulla gestione degli impianti, allo scopo di favorire il pubblico locale dovunque: link

Un altro fattore unico e da valorizzare è la grande storia dell’Italia, sia a livello di campanili, sia a livello calcistico, infatti il nostro campionato, se consideriamo il calcio dai suoi inizi, forse è secondo solo a quello inglese per storia e tradizione dei propri clubs, e parlo di tutte le categorie, anche se negli ultimi decenni abbiamo perso valore rispetto ad altri paesi più lungimiranti nel difendere i propri valori sportivi.

Ci sono infatti decine di clubs storici, seguiti e con un bacino potenziale notevole che ormai si sono dispersi in Serie C, D e qualcuno addirittura sparito più in basso. In questo senso, vista anche l’attuale situazione di crisi, potrebbe essere interessante riportare interesse in tutte le nostre realtà provinciali rivalutando in quest’ottica la piramide del calcio italiano, e qui abbiamo provato a fare una prima proposta.

In conclusione, credo che per ripartire sia necessario andare al cuore della questione, e cioè come tanta gente si è appassionata al calcio in modo radicale, e ricreare le condizioni perché ciò possa riaccadere, ovvero che questa passione popolare possa riaccendersi.


Logosportrend, 4/20

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