L'Inevitabilità della Superlega


Abbiamo già descritto in questo articolo come si è sviluppata la popolarità del calcio nel secolo scorso e certamente la sua capillarità territoriale è stata ed è un fattore determinante: ogni città italiana, europea e (in gran parte) del mondo ha la sua squadra di calcio, riconosciuta almeno a livello locale, e per favorire questo valore, negli ultimi decenni, niente è stato fatto. Anzi, la polarizzazione è cresciuta, è calato il ricambio tra le categorie (es. da 4 a 3 retrocessioni in A), la Coppa Italia di fatto la possono vincere solo le prime 8 di Serie A dell’anno precedente, a meno di imprese straordinarie, e comunque è quasi impossibile che un club di una categoria inferiore ospiti una big a causa del tabellone scelto, che non prevede affatto di portare il calcio in giro per l’Italia, al contrario. 

Ora, sappiamo che nel calcio esiste un circolo virtuoso tra tifosi, ricavi e risultati, ovvero che l’aumento di uno favorisce l’incremento degli altri due ed all’origine di tutto ci sono i tifosi e i simpatizzanti, senza di essi infatti il calcio sarebbe uno sport “minore” con nessun ricavo (pensiamo all’origine degli introiti matchday, commercial, broadcasting), se non quello di sponsor benefattori. 

Ci sono tanti studi sulla correlazione tra fatturato e risultati non solo nel calcio ma i tutti gli sport di squadra, ovviamente non è una correlazione al 100%, ci possono essere eccezioni, ma è alta e la spiegazione è evidente: E’ un po’ come se due amici facessero l’asta del fantacalcio e uno partisse con 1000, l’altro con 100. Ogni tanto capiterà l’impresa del “povero”, ma è chiaro che alla lunga non può competere, anche perché per arrivare ad avere lo stesso budget dell’amico dovrebbe batterlo non una volta, ma per diversi anni di fila partendo da questa grossa differenza iniziale. Praticamente impossibile.

CONTESTO ATTUALE

Gli attuali campionati nazionali (per lo meno le prime divisioni) non garantiscono la competizione, infatti ci sono club che fatturano 4-500 milioni di euro (Juventus, Inter) che competono con altri che ne fatturano 50 o 100, per non parlare delle serie minori che comunque sono collegate alla Serie A, dunque occorre pensare a tutto il sistema calcio, per lo meno professionistico. Lo stesso discorso vale per gli altri paesi. Con budget così diversi, negli ultimi decenni, specialmente a partire dai primi anni duemila, i principali campionati europei sono diventati sempre più scontati, con poche contendenti alla vittoria e all’Europa. 

Pensiamo a Serie A, Liga, Bundesliga, Ligue 1. Discorso leggermente diverso per la Premier in cui i bacini d’utenza sono più simili, ma anche lì un percorso in questa direzione è stato fatto, forte. Un Vicenza-Chelsea in semifinale di una coppa europea, Un Verona o una Samp campioni d’Italia, un Milan che retrocede in B, sono eventi teoricamente possibili, ma, di fatto, non più realizzabili, a meno di situazioni straordinarie. Semplicemente perché la differenza di budget in partenza è molto maggiore rispetto a quella di 30 anni fa. Certo, possono esserci delle imprese (Atalanta), ma sporadiche e localizzate. Complimenti a chi le ottiene, ma è e sarà sempre più difficile, col sistema attuale. 

CAUSE E SPIEGAZIONE

A cosa è dovuta questa differenza di ricavi e quindi di budget? 

In estrema sintesi alle diverse dimensioni di fan base. Pensiamo all’esempio italiano: Juventus, Milan e Inter sono tifate in tutt’Italia e con un seguito capillare anche nel mondo. La Roma è diventata molto internazionale ma ha comunque il cuore del tifo in provincia e regione, seguono Napoli, Lazio e Fiorentina in misura minore. Ma già qui è evidente l’identità territoriale: quando il Napoli vince un trofeo, si festeggia in città, non in tutta Italia, e comunque molti dei tifosi sparsi altrove sono napoletani emigrati. 

Tutti gli altri club di A e delle categorie inferiori sono ancora di più legati al territorio, ovvero il Benevento è tifato dai beneventani, l’Empoli dagli empolesi e così via. Certo, tutti i club di A hanno un seguito internazionale rilevante, ma il cuore del tifo e quindi dei ricavi rimane territoriale. Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra un Verona in Serie A ed un Messina in Serie D: Alla lunga potrebbero competere alla pari, hanno bacini simili, e con loro decine di altre province italiane. Ma non con Juventus, Milan o Inter. 

30 anni fa c’erano più o meno le stesse “grandi”, ma un conto è competere tra Milano e Bologna, o Milano e Vicenza: Milano è più grande, ha più seguito e probabilmente più budget, ma non c’è poi tutta sta differenza, e non sono mancati i colpi di scena in Italia ed in Europa fino agli anni duemila, con campionati equilibrati. Un altro conto è competere tra un bacino mondiale e Bologna o Vicenza: A questo punto le differenze divengono abissali, e siccome i posti in Champions sono limitati (come del resto in A), non è di fatto possibile per il 99,9% dei club costruirsi un bacino internazionale per poi competere alla pari, non è vero che c’è il merito sportivo alla base: non si parte alla pari, neanche lontanamente. Dovrebbe arrivare uno sceicco e mettere lui diversi miliardi per giocarsela. 

L'INEVITABILITA' DELLA SUPERLEGA

Ecco perché in questo contesto sempre più globalizzato una scissione è o sarà prima o poi inevitabile: i club con un seguito internazionale forte potranno competere tra di loro quasi alla pari, in un campionato diverso da tutti gli altri, che a causa della loro fuga avranno un campionato nazionale molto più povero in termini di fatturato ma più competitivo e, nel tempo, l’interesse porta nuovo seguito e ricavi. 

Al momento si parla di competizione aggiuntiva e non sostitutiva ai campionati nazionali, ma è chiaro che si va in questa direzione, anche perché, altrimenti, le disuguaglianze cresceranno ed i campionati diventeranno ancora più noiosi e scontati. Se anche dunque si partisse così sarebbe solo un periodo di transizione fino ad arrivare a una scissione definitiva, con eventuali meccanismi d’ammissione e retrocessione, ma con l’obiettivo di avere campionati competitivi e per fare questo occorrono budget (e fatturati annuali) per lo meno paragonabili ai nastri di partenza tra le partecipanti. 

Quindi il tanto sbandierato calcio popolare, che è stato sotterrato da decenni e non da ieri, potrebbe addirittura ripartire, con club più piccoli e rappresentativi del proprio territorio, che competono alla pari con quelli delle altre città ed una differenza molto minore tra prima ed ultima in termini di budget. Certo, la botta iniziale sarebbe grande, taglio ingaggi, licenziamenti. 

Ma qual è l’alternativa per non continuare questo gioco sempre più polarizzato e, perciò, sempre meno interessante e seguito?

Logosportrend, 4/21

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